Animal Collective Live
Teatro Studio Auditorium, Meet in Town, Roma, 13 marzo 2009
Hanno trovato una nuova direzione da percorrere gli Animal Collective.
Almeno per ora, visto che la straripante prolificità cui Panda Bear, Avey Tare e The geologist ci hanno abituato lungo il loro proteiforme percorso artistico non ci vieta di attenderci nuovi, repentini cambi di direzione fin dal più immediato futuro. Sempre e comunque all’insegna della più totale e incondizionata libertà espressiva che ne fa una delle band più creative di questa era musicale sovrappopolata e abulica, capace di rimettere in discussione anche la devozione dei (tanti) seguaci della prima ora, ormai del tutto incapaci di indovinare qualè sarà la prossima mossa dei tre amici del Maryland.
Certo con l’ ultimo album la band dà l’impressione di aver maturato una propria cifra stilistica “classica”, di aver raggiunto una formula compiuta e rappresentativa – per quanto sfuggente e indefinibile, ma forse proprio qui sta il punto – della propria arte. Lo conferma una volta di più la solida compattezza della dimensione live che regala ai tanti presenti (biglietti esauriti una settimana prima) una serata che prende le forme di un rito collettivo che riconcilia con l’essenza primordiale, celebrativa e vitalistica della musica.
Fine artigianato pop di matrice psichedelica, estrema cura per gli arrangiamenti delegati a sampler e diavolerie elettroniche, splendide armonizzazioni vocali che richiamano immediatamente i numi tutelari di Brian Wilson, Syd Barret e dei Beatles sospendono la platea in un’atmosfera pulsante e senza tempo che fa collidere futuro e passato in uno spiazzante crogiolo di solari e spensierati sixties, espansioni lisergiche “freakedeliche” e mantra ancestrali in cui ci si ritrova tutti vicini, sorridenti e “a casa”, chissà perché…
La scaletta privilegia l’ultimo Merriweather Post Pavilion con i suoi brani elettronici che riportano il pop psichedelico ai nostri anni (un po’ come era accaduto per la musica folk con il capolavoro Here comes the Indian) con sporadiche concessioni a Feels, Sung Tongs e Strawberry Jam. Su tutti segnalo le melodie irresistibili e pulsanti di My Girls e Summertime Clothes, i sussurrati fuochi di Fireworks in una versione molto dilatata in cui riemerge prepotentemente il trascinante tribalismo dei primi dischi del collettivo e le straordinarie architetture vocali di Leaf House.